Ci sono mostre che si attraversano. E a me piace attraversare l’arte, le mostre, i luoghi ma nel senso di entrarci dentro, capirli da vicino, viverli e lasciarsi addosso parte di quello che si è attraversato. E quindi a maggior ragione amo quelle mostre che, più silenziosamente, chiedono di restare.

Colloqui. Cinque voci, una città che continua a parlare
Colloqui, ospitata negli spazi della Fondazione Orestiadi, o meglio presso il Museo delle Trame Mediterranee, appartiene a questa categoria. Perché lavora sul tempo della relazione, della sedimentazione, della memoria che va ricordata e continua a produrre senso.
Il titolo è già una dichiarazione di metodo. Colloqui invita alla conversazione, da un lato tra le artiste presenti in mostra, ma anche tra i visitatori che si trovano a dialogare con le opere. Non si tratta di un’esposizione tematica, né un’antologia celebrativa. Indica appunta un dialogo tra artiste, linguaggi ed epoche. E, soprattutto, tra l’arte e Gibellina 2026.

Una mostra che non espone, ma mette in relazione
Curata da Cristina Costanzo ed Enzo Fiammetta, Colloqui riunisce le opere di Carla Accardi, Letizia Battaglia, Renata Boero, Isabella Ducrot e Nanda Vigo. Cinque figure molto diverse, per generazione, formazione e linguaggio. Eppure, qui sono accostate perchè esprimono una tensione comune: quella di un’arte che non si limita a rappresentare il mondo, ma lo interroga e lo modifica.
Il percorso espositivo copre un arco temporale ampio, dal secondo dopoguerra fino a opere recentissime, ma evita ogni scansione cronologica. Le opere dialogano per affinità sotterranee come la materia, luce, corpo, segno, memoria. È una mostra che chiede allo spettatore di fare un gesto attivo: riconoscere le risonanze, non limitarsi alle etichette.

Carla Accardi: il segno come spazio abitabile
La ricerca di Carla Accardi nasce all’interno dell’astrazione italiana del secondo Novecento e del gruppo Forma 1, ma se ne distacca presto per una traiettoria radicalmente autonoma. Il suo lavoro sul segno, sulla trasparenza, sui materiali industriali non è puro formalismo.
In Colloqui, Accardi non appare come “maestra storicizzata”, ma come artista che ha trasformato la pittura in ambiente, anticipando molte riflessioni contemporanee sullo spazio come esperienza percettiva. Il suo segno costruisce e comunica una condizione dello stare.
L’astrazione come spazio politico
È una delle artiste che hanno spostato il baricentro della pittura: dal quadro come superficie al segno come ambiente.
Formatasi nel clima di Forma 1, Accardi rifiuta presto ogni residuo ideologico di un’astrazione puramente formalista. Il suo segno è un alfabeto visivo che interroga lo spazio, la trasparenza, la percezione. L’introduzione di materiali industriali come il sicofoil, l’uso della luce che attraversa la superficie pittorica, trasformano l’opera in qualcosa che si attraversa.
In una città come Gibellina, il lavoro di Accardi risuona in modo particolare. Si tratta di un’arte che non ricuce la frattura, ma la rende abitabile. Ed è forse questa la sua attualità più radicale: l’astrazione come pratica di convivenza con l’instabilità.

Letizia Battaglia: la fotografia come atto politico del guardare
Inserire Letizia Battaglia in una mostra come questa significa sottrarla, almeno in parte, alla sua narrazione più conosciuta. Qui la fotografia non è uno sguardo etico, capace di tenere insieme intimità e ferita collettiva.
Battaglia appartiene a una fotografia umanista e militante e il suo lavoro è una pratica di prossimità. Nei suoi scatti, il corpo non è mai oggetto, e la città non è mai sfondo. Entrambi sono soggetti che chiedono di essere ascoltati. A Gibellina, questo tipo di sguardo riattiva la memoria.
Fotografia come responsabilità dello sguardo
La fotografia di Letizia Battaglia appartiene a una tradizione umanista e civile. Il suo lavoro è fondato su una prossimità radicale. I corpi che fotografa sono presenze. Le città sono organismi feriti. In questo senso, la sua fotografia prende posizione.
La sua pratica pone una domanda essenziale: chi guarda, da dove guarda, e per chi guarda. Perché ogni immagine di questa città porta con sé il rischio della monumentalizzazione della tragedia?

Renata Boero: la materia come archivio vivente
Renata Boero è forse la figura che più direttamente intreccia arte e territorio. La sua pratica, legata alla pittura analitica e alle sperimentazioni concettuali sulla materia, ha sempre lavorato sul tempo: fermentazioni, ossidazioni, processi naturali che trasformano il colore in traccia.
Il ritorno di Boero a Gibellina, a distanza di decenni dall’esperienza dei prìsenti, non è un gesto nostalgico. È un ritorno critico. I suoi lavori ricordano che la memoria è un processo che continua a mutare, come la materia che lei lascia agire sulle superfici.
Il tempo come materia pittorica
Renata Boero lavora sul tempo molto prima che il tempo diventi una parola chiave del discorso contemporaneo. La sua pittura nasce da processi naturali: fermentazioni, ossidazioni, immersioni della tela in elementi organici. Renata Boero registra un accadere.
Boero mette in scena una pittura vulnerabile, esposta al cambiamento, all’imprevisto. Il colore è lasciato accadere. La superficie diventa un archivio vivente, instabile, mai definitivo.
Il suo legame con Gibellina è un legame profondo, che riguarda l’idea stessa di ricostruzione. Boero ci ricorda che non tutto ciò che resta deve essere fissato. Alcune memorie, per sopravvivere, devono continuare a trasformarsi. In questo senso, la sua arte non celebra la rinascita: la mette costantemente in discussione.

Isabella Ducrot: tessere il tempo
Isabella Ducrot lavora da sempre sul tessile, sul frammento, sul riuso. La sua appartenenza è una pratica che attraversa arte applicata, pittura, installazione, riscrivendo i confini disciplinari.
Nei suoi lavori, il tessuto è archivio. Ogni frammento porta con sé una storia, una geografia, un gesto. In Colloqui, Ducrot introduce una dimensione fondamentale per Gibellina: la cura come forma di resistenza, il lavoro lento come atto politico contro l’oblio.

Tessere come gesto conoscitivo
Isabella Ducrot lavora con il tessile. Il suo lavoro si colloca in un territorio ibrido, dove il fare manuale diventa atto cognitivo.
I tessuti che utilizza portano con sé storie, geografie, economie, migrazioni. Sono superfici cariche di memoria, che Ducrot lascia emergere per frammenti. La sua pratica è una forma di archeologia sensibile: scava per mettere in relazione le stratificazioni.
In un contesto spesso dominato dalla monumentalità maschile dell’arte pubblica, Ducrot introduce un controcampo potente: la fragilità come struttura, la ripetizione come resistenza, il tessere come gesto politico.

Nanda Vigo: luce, architettura, percezione
Nanda Vigo è forse la figura che rende più evidente il legame tra questa mostra e la città. Artista, architetta, designer, la sua ricerca ha sempre lavorato sulla luce come materiale costruttivo.
Vigo incarna l’idea di un’arte che diventa infrastruttura sensibile, capace di ridefinire il modo in cui si abita uno spazio.
Percezione come architettura
Nanda Vigo è una figura chiave per comprendere Gibellina, perché incarna una concezione dell’arte come dispositivo percettivo totale. La sua ricerca, vicina allo spazialismo e alle esperienze cinetiche e ambientali, lavora sulla luce come materiale primario.
Nei suoi progetti, lo spazio è esperienza. L’architettura è condizione sensoriale. La Chiesa di Gesù e Maria, a Gibellina, è forse una delle espressioni più chiare di questa visione: un luogo che invita al silenzio e all’ascolto.
Il suo lavoro ci ricorda che la ricostruzione riguarda il modo in cui una comunità percepisce se stessa nello spazio.

Un colloquio che continua oltre la mostra
Colloqui funziona perché lascia aperte domande che riguardano il presente: che ruolo può avere oggi l’arte in una comunità fragile? Come si custodisce un patrimonio senza museificarlo? Come si trasmette una memoria senza trasformarla in retorica?
In questo senso, la mostra è perfettamente coerente con lo spirito di Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026 proponendo un’arte della presenza.
Ed è forse questo il suo valore più profondo: ricordarci che Gibellina è una narrazione ancora in corso. E che attraversarla, davvero, significa mettersi in ascolto di questi colloqui silenziosi, lasciando che continuino anche dopo l’uscita dalla sala.
Presenza, non rappresentazione
Queste cinque artiste condividono qualcosa di raro: una postura nei confronti del mondo. Nessuna di loro usa l’arte per rappresentare la realtà dall’esterno. Tutte, in modi diversi, la abitano.
Ed è forse questo il cuore critico di Colloqui: mostrare che l’arte contemporanea, quando è davvero tale, produce condizioni di presenza. Gibellina, con la sua storia irrisolta e il suo patrimonio sproporzionato, è il luogo ideale per rendere visibile questa tensione.
La mostra riunisce cinque figure centrali nella storia di Gibellina – Carla Accardi, Letizia Battaglia, Renata Boero, Isabella Ducrot e Nanda Vigo – mettendo in scena un dialogo inedito tra opere, linguaggi e memorie. Le artiste sono state protagoniste, in momenti e forme diverse, del progetto di ricostruzione culturale della città: dalle arti visive alla fotografia, dall’arte urbana alle arti decorative e all’architettura. L’esposizione, accanto alla valorizzazione storica del loro contributo, mira a instaurare un confronto con le nuove generazioni di artisti, invitati a ripensare il patrimonio di Gibellina e delle sue collezioni come risorsa viva per la ricerca contemporanea.
